«Non pensate mai alla guerra, che se la facciano fra di loro!»

Ieri sera la Storia è transitata a S.Antonino Ticino, nella sala dell’Oratorio. Ad assistere al suo passaggio, una platea di centocinquanta persone. Di fronte a loro, dall’altra parte del tavolo, il giornalista Roberto Brumat e il protagonista della serata, Enrico Vanzini, classe 1922, sopravvissuto al campo di concentramento di Dachau.

«Ho perso ogni cosa, ho perso la gioventù. Anch’io avevo desideri, la guerra mi ha portato via tutto». Enrico Vanzini, fra l’altro insignito poco più di due anni fa della Medaglia d’Onore per mano del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rinuncia all’aura di eroe e rende manifesta la sua condizione di vittima. L’orrore dei sette mesi a Dachau, assieme ai precedenti quattro anni di guerra, ha segnato Vanzini nel corpo e nell’animo. «Bastonate, calci nel sedere, mi hanno trattato peggio di un cane […] Ci facevano morire col lavoro e con le nerbate […] Quando sono entrato pesavo ottantasei chili; quando mi hanno liberato, ne pesavo meno di trenta. Non riuscivo a camminare, le ginocchia non mi reggevano più. […] Quando sono tornato a casa, mia mamma non mi ha riconosciuto».

Nella prima parte della serata è stato proiettato un documentario, in cui la narrazione di Roberto Brumat da Dachau e i ricordi di Enrico Vanzini si sono sovrapposti alle raccapriccianti immagini d’epoca dei luoghi di sterminio, di uomini ridotti a scheletri, di cadaveri ammassati l’uno sopra l’altro.
Una volta accese le luci in sala, attraverso le domande di Roberto Brumat, Enrico Vanzini ha ripercorso gli orrori da lui vissuti in prima persona, evidenziando anche i meravigliosi gesti di solidarietà e di umanità fra reclusi, che venivano compiuti dai compagni di prigionia a rischio di essere scoperti e uccisi.

Nelle parole di Enrico Vanzini non c’è rabbia, ma indignazione e sgomento: «I water erano una vergogna, mi ripugnavano […] I soldati delle S.S. non avevano un minimo di umanità, era gente perfida. Chissà che mentalità avevano, uccidevano senza scrupoli».  I colori – quelli di un’acqua «verdastra, imbevibile» – e gli odori – una margarina che «puzzava come il lucido delle scarpe, ma che dovevamo mandare giù, perché non c’era niente altro e la fame era troppa, lo stomaco faceva male» – settant’anni dopo sono ancora presenti come se il tempo non fosse trascorso. E il tempo, quei sette mesi, hanno continuato a tormentare l’esistenza di Enrico Vanzini. La prigionia è continuata sotto altra forma, ci sono voluti più di sessant’anni per liberarsene definitivamente, iniziando a raccontarsi e a raccontare.

Enrico Vanzini non è un fine oratore, ma un fedele testimone. Fedele e generoso. La generosità della sua testimonianza si è propagata fra le persone in sala, ammutolite e commosse, di fronte a un uomo di novantatré anni, così pieno di energia e di vita. La riconoscenza si è potuta sprigionare solo alla fine dell’incontro, in un applauso che mai come ieri sera ha voluto essere sincero e colmo di gratitudine.

Per informarsi sulla storia di Enrico Vanzini c’è il suo libro: “L’ultimo Sonderkommando italiano“, (Rizzoli, 2013), c’è Wikipedia, c’è YouTube, ci sono i motori di ricerca, che rimandano alle tante interviste e articoli su di lui.
Per raccontare di ieri sera e per non tradire lo spirito dell’incontro, invece, non resta che affidarsi il più possibile alle parole di Enrico Vanzini: «La mattina ti alzavi e non sapevi se potevi esserci ancora […] C’era la morte che passava sempre su tutti […]. Sembrava che qualcuno mi proteggesse dall’alto […] Non pensavo mai, come faceva qualcuno, di farla finita: io sopravvivevo con il pensiero di rivedere la mamma […]».

«Il Presidente della Repubblica me lo ha detto: “Porta sempre questa testimonianza, soprattutto nelle scuole”. E io lo sto facendo». Stamattina Enrico Vanzini fa visita alle Scuole Secondarie di Primo Grado “Carlo Carminati” a Lonate Pozzolo, perché in fondo è proprio ai ragazzi che Enrico Vanzini si vuole principalmente rivolgere, anche ieri sera: «Io ho fatto solo la quinta elementare, allora era già tanto. Voi pensate solo ai vostri studi, il resto verrà da sé». E poi, più volte, l’invito al ripudio della guerra.

Raccontando la sua storia, Enrico Vanzini suggerisce un percorso, una via d’uscita per sfuggire all’orrore e allo strazio che egli ha vissuto in prima persona e che le pagine di storia documentano. A chi lo ascolta, il compito di custodire la testimonianza di Enrico Vanzini e di tramandare lo spirito che lo anima. Quello stesso spirito, che ieri sera lo ha fatto intervenire a S.Antonino Ticino, compiendo un viaggio di quasi trecento chilometri. Un gesto d’amore e di Pace.

Foto: Stefano Rota


Pubblicato il 19 maggio 2015